Sandro Montalto
Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia
d’esistere
Edizioni dell’Orso – 2006 – 16,00 Euro
Lo
scorso novembre, a Milano, durante le manifestazioni per il centenario della
nascita di Samuel Beckett, sono stati presentati diversi saggi italiani, tra
cui quello di Montalto e il più circoscritto Beckett e l’Italia a
cura di Giancarlo Alfano e Andrea Cortellessa. Un Beckett che, nella memoria
collettiva, ci riporta ad Aspettando Godot, la pièce con Vladimir ed
Estragon, i due protagonisti che porteranno alla ribalta il tema
dell’attesa, della solitudine dell’uomo in lotta contro il destino del
proprio annientamento, fin tanto da temere insita nella stessa morte una
qualche forma di residua (r)esistenza, aggiungerei alla luce della lettura
del saggio di Montalto. Film, il tema trattato nel libro, è un corto
realizzato in bianco e nero nel ’64. Montalto non solo ha voluto
testimoniarlo attraverso un’attenta e mai pedante interpretazione, ma è
andato oltre, spingendosi dove la critica all’autore definito tra i più
“chiosati” non era ancora arrivata. Lo fa in una serrata e avvincente
analisi comparata, sino ad addentrarsi nell’impianto del secolo, in un
parallelo ed omogeneo ripercorrere il contesto storico e filosofico. Un film
che, attraverso le sue pagine, diviene compendio del percorso di tutta la
produzione beckettiana. Il testo analizza subito circostanze e dettagli
della pellicola, a partire dallo script e dalle tecniche utilizzate: una
“camera a mano” che, indubbiamente, vivifica corrispondenze e azioni tra
Og, un ormai anziano e malandato Keaton, ed Oc, ovvero l’occhio
che lo riprende, in un cortometraggio anacronisticamente muto, dove incombe
“un silenzio drammatico quanto parodistico”. Tutta la tensione iniziale
dell’esterno girato in strada ed il relativo inseguimento si sposta poi
nella “stanza-utero della madre”, colei che “costringe ad esistere” e dove,
infine, si consuma l’agonia di Og. Finale che si gioca
sull’eliminazione delle possibilità di “essere percepito”, nella negazione
della propria esistenza, attraverso la soppressione delle “scorie della
memoria”, ovvero le fotografie di un’intera vita. I titoli di coda compaiono
con “un primissimo piano dell’occhio di Keaton” definito “torbido, dalla
palpebra squamosa”. La morte diviene quindi un atto pietoso e l’altrui
percezione, oltre ad essere una violenta invasione nella nostra esistenza,
ne diviene anche conferma. Keaton, tanto come personaggio a sé quanto in
relazione a Beckett, è altrettanto scrupolosamente analizzato. Un
protagonista definito cinematografico rispetto all’essenza “smaccatamente
teatrale” di un Chaplin precedentemente contattato per svolgere lo stesso
ruolo. Forti i richiami, a partire dall’ambientazione, al cinema d’autore
surrealista, in particolare ad Etoile de mer di Ray per talune
tecniche di ripresa e, più in generale, nell’onnipresente occhio, sebbene
l’espressionismo, nell’ “esigenza di controllo assoluto di tutti gli
elementi della messa in scena”, sembrerebbe prevalere. Tra la lunga sfilza
d’intellettuali analizzati per paragrafi, risalta Bergson, per via di quella
“anestesia momentanea del cuore” che suscita il riso. “Il comico e
l’angoscia d’esistere”, infatti, è sottotitolo e tema, perno tra Beckett e
Keaton. Non si tralascia nulla, neppure le attestazioni negative che la
pellicola ha suscitato e i remake, inclusi quelli ipotizzati, dove compare
persino il nome di Gassman. Con Film, tutto il peso del Novecento,
proteso alla fuga ma imbrigliato in gabbie accademiche, diviene chiave di
svolta per approdare all’assopimento creativo della soggettività sovrapposta
in un’alternanza di percepito e percepente. Non citato nel testo, Ezra Pound,
a tal proposito, mi sovviene per la "distanza trascorsa fra il mondo del
Novecento e quello della serenità". E’ comunque il tema della vecchiaia ad
incalzare nei retaggi proustiani di un tempo che “consegna al fallimento le
aspirazioni umane costringendo l’uomo ad un aborto del desiderio”. Tutto
diviene vacuità, drammatica e dagli inevitabili, nonché cinici, risvolti
comici. Anche l’esistenzialismo, quell’ultimo blasonato baluardo
dell’epistemologia eretto ad estrema difesa dell’uomo, viene scavalcato. Un
uomo che, con Beckett, non ha più vie d’uscita. Il tempo, i ricordi, la
propria immagine riflessa allo specchio, unitamente alla profonda
consapevolezza di una lunga ricerca intercorsa nei secoli precedenti, altro
non sono che pietra che si sgretola lentamente, lasciandoci impotenti,
abbandonati nel moto perpetuo del dondolo, tanto caro alla simbologia
dell’autore e che, non a caso, anche qui ricorre. L’angoscia della vita,
forse, si concretizza tutta lì, celata in quel breve intervallo intercorso
nell’oscillazione.
Nota di Enrico Pietrangeli - 2007
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