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Delitto alla stazione di Ponte di Brenta
Elena, all’uscita dell’ufficio, aveva trovato l’amara sorpresa: qualcuno aveva bucato due le gomme della sua utilitaria. L’ipotesi del vandalo o del dispetto erano le più probabili La rabbia, la stanchezza, la frustrazione di quella giornata, si fecero sentire tutte assieme, ma Elena era anche una donna pratica, doveva trovare il modo di tornare a casa, poi avrebbe pensato al perché di quel dispetto, a come risolvere la situazione, a ricomprare le gomme. Non avrebbe dato soddisfazione a chi le aveva giocato quel brutto tiro, non sarebbe rientrata nell’ufficio piagnucolando e chiedendo un passaggio, avrebbe preso il treno e, in qualche modo, sarebbe arrivata a casa; dopo tutto lo faceva tanta gente e, prendere il treno, per una volta non sarebbe stata la fine del mondo. Elena non era giovanissima, aveva una gamba che le doleva spesso, probabilmente, in seguito ad un incidente avuto mesi prima, la lunga passeggiata per raggiungere la stazione non la entusiasmava, ma si fece coraggio e s’incamminò di buon passo. La piccola stazione di quella frazione, si vedeva in lontananza, nonostante la nebbiolina che già sembrava voler avvolgere tutte le cose. La gamba iniziò a fare male, Elena fu costretta a rallentare, suo malgrado; giunse, finalmente, all’imbocco del viale della stazione: era una strada chiusa,da un lato un campo incolto, dall’altro, un canale maleodorante, sulla strada: nessuno, e scendeva la sera. L’odore del canale era davvero nauseabondo e si capiva perché non ci fossero abitazioni nei dintorni. Elena, si affrettò rabbrividendo e zoppicando sempre più marcatamente, guardando a sinistra, vide due bei cavalli e le parve di vedere un bambino di circa dieci anni appoggiato ad una bicicletta; la cosa la tranquillizzò, ‘’Meno male ‘’- pensò- ‘’ il bambino certo non è qui da solo!’’ Arrivata alla stazione, notò con disappunto, che la biglietteria era chiusa e che non c’era nessuno cui chiedere su quale binario sarebbe passato il regionale che l’avrebbe lasciata nei pressi di casa sua. Un treno che le sembrò velocissimo sbucò dal nulla e l’avvolse con il suo rumore assordante, senza fermarsi, lasciando dietro a se una ventata gelida e l’impressione di un urlo. Sul marciapiede di fronte le parve di veder due uomini, alzando il bavero del cappotto li apostrofò domandando se sapevano qualcosa del suo treno, uno di loro rispose che andava a Venezia e che non ne sapeva nulla, Elena tentò di fare altre domande, ma l’uomo non le rispose più. Elena gli diede del maleducato mentalmente e si guardò attorno cercando qualche tabella o avviso. Sobbalzò vedendo un ragazzo di colore che sembrava guardarla, non lo aveva sentito arrivare e istintivamente strinse al petto la borsetta. L’uomo com’era apparso così scomparve, era, di nuova, sola. Un cartellone sbiadito sembrava confermare l’esistenza del treno che avrebbe dovuto prendere, ma doveva aspettare a lungo, erano appena le 18 e 20, il treno sarebbe passato solo alle 19,09. Elena rassegnata, accese una sigaretta, non c’era neanche una panchina per sedersi e la gente sembrava apparire e scomparire in modo irreale. La nebbia si era fatta più fitta, Elena cominciò a camminare su e giù nervosamente, tornò sui suoi passi e cerco di rivedere i cavalli, ma anche loro sembravano scomparsi, sfrecciò un altro treno,il suo fischio sembrò un lugubre urlo disperato, Elena si avvicinò al canale e guardò il bel ponte che si stagliava alto mischiandosi con il cielo. Quel bel ponte ed i velocissimi treni moderni stridevano con quell’ambiente squallido ed abbandonato, sporco e maleodorante. Elena pensò che era un posto dove un depresso non avrebbe avuto difficoltà a suicidarsi, poteva gettarsi sotto un treno o giù da quel ponte, ammesso che riuscisse a capire come ci si potesse salire, nessuno lo avrebbe trovato laggiù, poteva uccidersi senza rischiare che qualcuno lo disturbasse. Cercò di guardare giù nelle acque putride, lattine e bottiglie di plastica galleggiavano tristemente, poco più in là qualcosa di più voluminoso sembrava impigliato nei rami di un tronco abbattuto. Ora siamo al completo si disse Elena, ho trovato anche il mio cadavere. ‘’Speriamo che arrivi presto questo maledetto treno, se resto ancora un po’ qui va a finire che mi viene voglia di ammazzarmi!’’ si disse a voce alta, per il solo piacere di sentire un suono famigliare.. Un rumore le fece sobbalzare e le parve di vedere l’uomo al quale aveva chiesto l’informazione, ma l’ombra scomparve; nel frattempo il treno per Venezia arrivò, Elena lo seppe dall’unico passeggero che scese e si allontanò frettolosamente. Elena si tranquillizzò, il binario dove stava lei doveva essere quello giusto. Finalmente arrivò un treno che si fermò, chiese dove andava, uno dei passeggeri le intimò quasi di salire e lei lo fece, anche se il treno non era il suo e avrebbe dovuto cercare un altro mezzo per arrivare a casa: non ne poteva più di restare là, da sola, in piedi, con la gamba che faceva sempre più male. Salita sul treno, non si preoccupò del biglietto che non aveva e sprofondò nel primo posto libero, grata per quel momentaneo sollievo e felice di non essere più là con i suoi tristi pensieri. Stava per addormentarsi quando sentì una voce che le sembrò di aver già sentita, ma sì sembrava quella dell’uomo della stazione, proprio quello che aveva affermato che avrebbe preso il treno per Venezia, ma che ci faceva su questo treno che andava esattamente dalla parte opposta? La voce parlava piano ed Elena, stanca, depressa e nervosa, non si curò più di lei, doveva scendere alla prima fermata, per cambiare treno, giacché si era lasciata allettare dal primo convoglio che aveva sostato in quel lugubre posto che non meritava certo l’altisonante nome di stazione. Ad un tratto il treno rallentò, senza che i passeggeri vi facessero molto caso,Elena sospirò guardando l’orologio,quella sera il ritorno a casa sembrava essere una meta irraggiungibile,gli occhi le si chiusero per un attimo e cadde in un sonno profondo e ristoratore. Quando si svegliò la stazione di Padova era lontana ed il treno sfrecciava per Verona,Elena stava per avere una crisi di pianto, quando sentì il suo nome, pronunciato dalla voce di un bambino o di una bambina,la vocina diceva:’’Ma Elena perché non è tornata con noi? Non aveva paura di restare laggiù tutta sola? ’’ La voce di un uomo sconosciuto rispose: ‘’Ma no, sai che le piace scrivere poesie, ha detto che voleva scrivere qualcosa sui tuoi cavalli e che poi avrebbe reso il treno per Venezia per andare a trovare sua madre, approfittando della malattia del nonno.,, ‘’Ma la mamma di Elena è morta, come può andarla a trovare?’’ insistette la voce del bimbo.’’ La voce dell’uomo della stazione interruppe il bambino: ‘’Avrà voluto andare a mettere dei fiori sulla tomba della madre o a trovare i suoi figli, mi pare che abbia raccontato d’avere due figli, e poi sono affari suoi dov’è andata!’’ concluse bruscamente. Il bambino cominciò a piagnucolare e disse con voce rotta: ’’Ma mi aveva promesso di restare con me! Perché non mi ha nemmeno salutato!’’ ‘’Ora basta,sei stanco,ti portiamo da tua zia e là starai benissimo vedrai!,, ‘’Ma quella non è mia zia! ‘’ protestò il bambino. ‘’Zitto ora, bevi la coca cola e mangia il panino, siamo quasi arrivati, non vorrai farmi briciole nella macchina!’’ Elena si era completamente svegliata,si domandava quanto potesse essere folle una donna che voleva restare sola nella nebbia per scrivere poesie sui cavalli e poi andarsene di notte a trovare una madre morta da tempo o dei figli lasciati chissà a chi. L’accenno ai cavalli, la voce del bambino e quella dell’uomo della stazione l’avevano quasi convinta che quelle persone fossero le stesse da lei incontrate nella lugubre stazioncina. Era tutto molto strano, la presenza di un bambino con dei cavalli a quell’ora di sera, la donna che aveva il suo stesso nome che aveva deciso di partire, all’improvviso, senza salutare il bambino, la presenza di quei due uomini di cui uno le aveva mentito senza alcuna ragione. Elena ricordò quello strano fagotto nell’acqua putrida e maleodorante del canale e rabbrividì, del resto, sentiva anche molto freddo. Il treno stava rallentando, i due uomini ed il bambino passarono davanti al suo scompartimento ed Elena li fotografò con il suo telefonino, lo fece istintivamente, quasi a dimostrare a se stessa che non stava farneticando; le medicine che prendeva, la sua situazione,i dolori frequenti, le avevano fatto perdere un po’ di punti di autostima; dimenticava spesso le cose avvenute poco prima,era molto distratta e la cosa la mortificava perché commetteva spesso errori sul lavoro,era irascibile e poco comunicativa, per questo certo le avevano tagliato le gomme dell’auto ed ora si trovava stanca e sola su un treno che non avrebbe dovuto mai prendere,in procinto di scendere ad una stazione sconosciuta, fantasticando di suicidi e delitti. Mentre scendeva dal treno,Elena si domandava se non stesse impazzendo. I suoi tre compagni di viaggio stavano salendo su un taxi,’’ma non avevano parlato di una macchina in cui non si dovevano fare briciole? ‘’ Anche Elena prese un taxi e quasi senza accorgersene, disse all’autista di seguire il suo collega, quello con a bordo i due uomini ed il ragazzino. Percorsero strade sconosciute e fecero in tempo a vedere uno degli uomini scendere e salire su un’elegante BMW (Certo era quello che non voleva le briciole, si disse Elena, mentre cercava di trascrivere il numero di targa sul suo blocchetto d’assegni). In quel momento si ricordò che era notte, che aveva poco denaro, che stava seguendo degli sconosciuti, senza alcuna ragione e che presto, l’altro uomo si sarebbe accorto del suo pedinamento. Con il poco buon senso rimastole,disse all’autista di portarla in una pensione e di abbandonare l’inseguimento, ma per precauzione segnò anche la targa del taxi che li precedeva. Arrivò a pezzi nel piccolo albergo, dove un burbero portiere le chiese di pagare in anticipo e la informò che il ristorante era chiuso. Elena si sentiva troppo stanca per insistere, aveva appetito, ma si rassegnò ad andare a letto: l’aspettava una lunga giornata e le follie di quella strana serata avrebbero avuto un altro sapore con la luce del giorno. Ma invece di addormentarsi Elena continuò a domandarsi chi fosse la sua omonima, dove fosse finita, cosa galleggiasse in quel canale,cosa ci facessero quegli uomini e quel bambino e soprattutto perché quel tipo le avesse detto che stava andando a Venezia. L’indomani, mentre addentava, famelica, la brioche che finalmente era riuscita a farsi portare assieme al giornale, l’impressione che quello che era avvenuto la sera prima dovesse avere un senso, le fece leggere con attenzione ogni riga del quotidiano, che, tuttavia, non parlava né di persone scomparse, né di suicidi, né d’omicidi. Non le restava che tornarsene a casa, telefonare in ufficio inventando una storia plausibile e trovare un gommista che non le facesse spendere troppo. La giornata trascorsa veloce, tra mille piccole commissioni; Elena si tentò di convincersi di aver preso troppi antidolorifici e di aver fatto galoppare la propria immaginazione.. Qualcosa, tuttavia, le diceva che avrebbe dovuto denunciare e raccontare tutto quello che era successo la sera prima, ma il timore di passare per una mitomane un po’ fuori di testa la fece desistere, ma non le impedì di chiamare i carabinieri del paesino della stazione e di segnalare la presenza di qualcosa di strano che galleggiava nel canale. Il poliziotto che le rispose, non solo, non l’ascoltò, ma l’invitò, a presentarsi l’indomani dopo le nove del mattino, cosa per lei impossibile. Le gomme della macchina furono sostituite, ma il dispiacere di sapere che qualcuno l’aveva in antipatia a tal punto, che probabilmente quest’individuo lavorava con lei gomito a gomito da anni, non l’abbandonava. Il bilancio della sua vita era certamente deludente, i motivi di rallegrarsi erano davvero pochi. Entrando in ufficio cercò di capire chi poteva avercela a tal punto con lei,escluse il capo, avrebbe potuto licenziarla, non c’era davvero bisogno di tagliarle le gomme per mostrarle la sua antipatia, del resto era un uomo apparentemente freddo ed equilibrato, parlava sempre a voce bassa e ringraziava per ogni cosa, salvo dare battutine raggelanti ed appropriate quando era il momento di farlo, Elena lo stimava e non lo credeva capace di gesti così meschini, anche il suo dirimpettaio sembrava un tipo abbastanza affidabile,un po’ irascibile, un po’ nervoso, ma spesso sorridente e gentile,era un uomo che accudiva la madre malata, che dedicava tutto se stesso al lavoro e sembrava non avere né amici né nemici, l’alta bella ragazza che occupava la scrivania alla sua destra era sempre molto gentile con lei e sembrava l’unica cui fosse anche un po’ simpatica, certo con quel fisico avrebbe potuto fare l’indossatrice e non l’impiegata,ma non si può mai sapere il perché la vita portasse la gente in un posto piuttosto che in un altro,l’efficiente e sorridente contabile,un po’ nevrotica,ma tutto sommato gradevole, vicina all’età pensionabile,ordinata e precisa non sembrava proprio possibile avesse trovato la forza ed il tempo per farle quel danno economico e morale; pensandoci bene Elena si accorse di non sapere quasi nulla delle persone con cui lavorava,passò in rassegno anche gli altri colleghi,ma non trovò nel loro comportamento, nulla di diverso dal solito, nulla di sospetto e decise che nessuno di loro l’odiava,e che certo si era trattato di un atto vandalico di un teppistello di passaggio, ma sapeva che non era così. La giornata trascorse monotona e noiosa quasi come tutte le altre, giunta la sera Elena, dopo aver timbrato il cartellino d’uscita ed aver costatato che l’auto era in perfetto stato,invece di avviarsi verso casa, decise di tornare nella stazione semi abbandonata e deserta. L’odore del canale era sempre sgradevole, i cavalli non c’erano, la nebbia faceva sembrare irreali tutte le cose, il ponte si stagliava forte e minaccioso al di sopra di tutto, i treni sfrecciavano, incuranti della sua presenza, come la sera del suo strano incontro. Elena cercò di rivedere la cosa galleggiante, ma non riuscì a scorgere nulla nell’acqua torbida e scura, benché si fosse munita di una torcia elettrica. Riluttante, fece il sotto passaggio e si trovò sull’altro marciapiede proprio nel momento in cui arrivava il treno per Venezia, ne scese un ragazzo di circa diciott’ anni, Elena gli chiese se lo prendeva sempre ,il giovane, un po’ meravigliato, le rispose di sì, alla seconda domanda se sapesse di chi fossero i cavalli che aveva visto due sere prima, le rispose negativamente e assicurò di non aver visto nessuno salire su quel treno due sere prima. Quell’uomo aveva proprio mentito e c’era da chiedersi cosa facesse su quel marciapiede, se non aveva intenzione di partire. Il ragazzo era già lontano, qualcuno era venuto a prenderlo, lo sentì ridere e dire qualcosa in dialetto. Elena viveva in Veneto da qualche anno, ma non aveva ancora imparato bene l’idioma del posto e spesso si sentiva un po’ forestiera ed esclusa proprio per la difficoltà che aveva nel dialogare con la gente,che, spesso,parlava veloce,non pensando che per lei, fosse difficile intendere tutto ciò che le dicevano. Si domandò cosa cercasse lì, da sola, di sera, lei che portava occhiali spessi e non vedeva bene, che aveva paura della nebbia e pativa il freddo. Eppure, si ostinava a guardare per terra, si chinava a raccogliere qualsiasi cosa luccicasse e non si decideva a tornarsene a casa. La vista di alcune siringhe e qualche preservativo usato, la informò che il luogo appartato, favoriva qualche incontro clandestino ed era rifugio e nascondiglio di qualche drogato; la cosa non la stupì e stava per andarsene, quando vide una borsetta celeste di stoffa jeans tra i cespugli, la prese in mano e, con impazienza, vi frugò in cerca di qualche rivelazione, ma non vi trovò altro che una monetina di un paese sconosciuto, un fazzoletto di carta sporco di rossetto rosa, un foglietto con scritto qualcosa in una lingua a lei ignota, ( dagli a capo, si sarebbe detto vi fosse stata scritta una poesia), ed un pezzo di una fotografia, troppo piccolo per poter capire cosa vi fosse stato immortalato. Certo quella borsetta era stata portata lì da qualche scippatore drogato, che, dopo averla vuotata, l’aveva gettata tra i rovi. Elena sapeva che quello era il momento di andarsene e di fare la sua deposizione ai Carabinieri o di lasciar correre i sospetti, che non poggiavano che su supposizioni fantasiose. Doveva smettere di pensare che lì, quella famosa sera, fosse successo qualcosa di terribile, doveva prendere meno pillole e cercare di riposare di più, se i suoi colleghi lo avessero saputo, sarebbe diventata lo zimbello dell’ufficio, cosa avrebbe potuto raccontare ai Carabinieri? 1) che un uomo le aveva detto che avrebbe preso un treno e non lo aveva fatto 2) che le era sembrato di vedere qualche cosa nel canale 3) che aveva visto dei cavalli ed un bambino ad un’ora insolita 4) che le era sembrato che quel bambino fosse sul treno, che aveva preso senza conoscerne la destinazione? 5) che aveva seguito un taxi e aveva rilevato una targa e aveva trovato una monetina ed una borsetta vicino a delle siringhe e dei preservativi? Troppo poco, per fare iniziare delle indagini. Mentre riprendeva il sottopassaggio nella parte opposta, per tornare alla sua auto, decise di fare un ultimo tentativo e suonare al cancello dove aveva visto i cavalli. Stava per rassegnarsi a non aver risposta quando un uomo si affacciò chiedendole cosa volesse. Elena balbettò qualcosa a proposito dei cavalli ed inventò l’esistenza di un nipote, che avrebbe voluto vederli. L’uomo confermò la presenza degli animali , aggiunse anche, che erano di proprietà del dottor Rossetto e che non era il caso di disturbarlo, perché stava molto male e i nipoti, non erano persone cui chiedere piaceri. Elena si fece coraggio e chiese chi fosse il bambino che aveva visto due sere prima;.l’uomo la fece entrare e Le indicò una sedia , zoppicava un po’ anche lui e aveva capito che le faceva male la gamba. L’uomo era molto più alto di lei, robusto,con radi capelli biondi,un viso rubicondo ed un’espressione bonaria, poteva avere poco meno di 50 anni e sembrava gli facesse piacere avere qualcuno con cui parlare. Elena seppe così che il ragazzino si chiamava Roberto, che era orfano di madre ed era l’unico che avrebbe avuto diritto all’eredità del nonno, ma che suo padre e suo zio, due poco di buono, a dire del suo ospite,certo lo avrebbero derubato prima che potesse godere dell’eredità. Il padre del bambino non era che il secondo marito, dell’unica figlia del dottor Rossetto, ‘’brava persona ’’ - aveva aggiunto l’uomo- ‘’ proprio una degna persona’ ma troppo fiducioso, vecchio e malato, sembrava avesse deciso di cambiare testamento e di lasciare tutto in mano ad un tutore, ma nessuno sapeva chi fosse la persona di fiducia del vecchio . Certo anche lui avrebbe perso il lavoro alla morte del dottore, se quei due delinquenti fossero entrati in possesso dei suoi beni. Elena, sempre più interessata, chiese un bicchiere di vino e si offrì di pagarlo,(dalle venuzze sulle guance del suo interlocutore, aveva intuito che gli piaceva bere un po’ più del normale) ma l’uomo, che evidentemente, viveva solo, felice di quella visita inattesa e di poter scambiare qualche parola,rifiutò il denaro e sparì in cantina. Durante la sua breve assenza, Elena notò che, malgrado l’apparenza un po’ rozza del padrone di casa, la casa era pulita e ordinata e che i pochi libri esposti nella libreria ad angolo erano i ottima qualità ed erano stati letti più volte, a giudicare dal loro stato di conservazione: poesie di Prevert,racconti di Moupassant, poesie di Victor Hugo, saggi di politica, libri sulle religioni e testi di filosofia,qualche romanzo eccellente e libretti d’opera, facevano bella mostra. Gildo, così si chiamava il gigante buono,tornò con un bottiglione e due bicchieri, Elena mentì e raccontò di essere anch’essa governante di un signore anziano che aveva un nipotino; poi cominciò a domandargli se non gli faceva un po’ impressione e paura, vivere in quel posto così isolato, frequentato da drogati e coppiette,e, per avvalorare la sua preoccupazione per lui, gli mostrò la borsetta appena trovata. Il vecchio la guardò e disse che a lui quei poveri disgraziati non facevano paura, che non si reggevano in piedi e che lui li avrebbe messi ko con un pugno, la borsa somigliava a quella di Elena,( ancora una volta quel nome …)ma non poteva essere sicuro che fosse la sua; il vino cominciava a fare effetto e le chiacchiere di Gildo erano sempre meno comprensibili per Elena, che aveva già stentato a capirlo all’inizio della loro chiacchierata a causa del dialetto a lei non del tutto famigliare. Elena cercò anche di farsi dire perché riteneva il patrigno del ragazzo, un poco di buono, e Gildo le raccontò, gesticolando molto, che era un cacciatore di dote, che aveva tradito la moglie fin dal primo giorno di matrimonio, che certo l’aveva fatta morire di crepacuore e non aveva mostrato nessun dolore alla sua morte, che fingeva di amare il ragazzino , che quasi certamente faceva uso di stupefacenti e che non era escluso che li spacciasse anche. Con la scusa di portare il ragazzino a cavalcare, incontrava strani tipi, proprio lì, im quel posto così poco adatto per degli appuntamenti. Elena finì il suo bicchiere di vino e fece l’ultima domanda:- Chi si occupa del bambino?- L’uomo si rattristò di colpo e gli occhi gli si velarono di pianto: - Elena! Io glielo avevo detto, resta con me,ma lei no, pensava che i suoi ragazzi non mi avrebbero voluto bene, pensava che l’avrei maltrattata come suo marito,non si fidava perché bevo un goccio ogni tanto, ma si sbaglia, non sono bello, né ricco, né giovane, ma le voglio bene, glielo dica se la vede, alla morte del vecchio, quelli la manderanno via,lo so che vuole bene a Roberto, ma non glielo faranno tenere, la manderanno via..- L’uomo oramai singhiozzava apertamente, senza cercare di nascondere né la delusione né il suo amore per quest’Elena, che sembrava tanto amata e misteriosa. Elena capì che non avrebbe saputo altro, le dispiaceva molto averlo, involontariamente, portato a parlare di qualcosa che lo emozionava tanto. Imbarazzata, non sapendo come accomiatarsi, si alzò lentamente, prese la grande mano del gigante buono e la strinse tra le sue, le venne spontaneo anche accarezzargli il viso rigato dalle lacrime di vino e di dolore. Lui non la vedeva più, né la poteva sentire e lei dischiuse la porta e lo lasciò solo, non senza rimorsi e un pizzico di soddisfazione. Aveva saputo molto, ora si trattava di capire dove e chi fosse finita la sua omonima . Stanca ed emozionata Elena, giunta a casa, fece un po’ di telefonate e cercò il numero del dottor Rossetto; era tardi, ma l’eccitazione non le fece attendere l’indomani per telefonare al dottor Rossetto, anzi a tutti i Rossetto che trovò sull’elenco, chiedendo di Elena; alla quarta telefonata, ebbe fortuna, rispose una donna, chiedendole se telefonava dalla Moldavia, Elena, prontamente rispose di sì e aggiunse che doveva darle comunicazioni da parte dei suoi figli; la donna all’altro capo del telefono sembrò sorpresa e domandò come mai telefonavano a loro quando Elena era andata via proprio per vedere i figli. Elena chiese quando era partita, all’altro capo le risposero che si era allontanata all’improvviso proprio due giorni prima; Elena avrebbe voluto chiedere il cognome della donna, ma qualcuno interruppe la comunicazione e lei non osò richiamare. Il giorno dopo, al lavoro, Elena era distratta e fu ripresa più volte, la cosa le dispiacque molto, ma non riusciva a concentrarsi, doveva assolutamente sapere qualche cosa di più della misteriosa Elena, ma non osava tornare dall’uomo della sera precedente, non avrebbe voluto sconvolgerlo nuovamente. Decise di fare una ricerca sulla targa in suo possesso, ma ci sarebbe voluto del tempo e una storia credibile, perché la Motorizzazione le desse l’informazione richiesta; forse sarebbe stato più facile ritrovare il tassista e farsi dire dove aveva portato il bambino, del resto, dalle poche frasi sentite, sembrava,che il padre non stesse con lui, in quei giorni. Telefonò al centralino dei taxi di Verona, ma la targa in suo possesso era di un tassista indipendente e così, la nostra Elena, per quel giorno, non riuscì a sapere nulla. Trascorsero alcuni giorni ed Elena si limitò a sfogliare i giornali e guardare i necrologi, se il dott Rossetto fosse morto, avrebbe potuto vedere il bambino al funerale, seguirlo e cercare di sapere da lui, qualche cosa della fantomatica Elena, ma non era morto nessun Rossetto, né a Verona né altrove. Arrivò il sabato ed Elena, a bordo della sua utilitaria, si diresse spedita verso Verona, si fermò al parcheggio dei taxi e si mise a chiacchierare con gli autisti, sperando di ritrovare quello che stava cercando; l’attesa e le indagini non furono troppo lunghe, l’uomo avrebbe preso servizio da lì a poco. Quando finalmente arrivò,Elena si trovò nuovamente in difficoltà, se fosse stata ricca avrebbe potuto offrirgli dei soldi per avere l’informazione, ma lei non aveva denaro e doveva giocare il tutto per tutto dicendogli la verità, salì sul suo taxi e gli chiese di fermare si in un posto qualsiasi dove poter parlare lasciando il tassametro acceso, precisò. L’uomo la guardò con meraviglia, alzò le spalle ed accostò; oramai non si meravigliava più di niente e di persone strane n’aveva viste anche troppe, la donna cercò di spiegargli che doveva assolutamente ritrovare quel ragazzino, inventò che l’ Elena che cercava era una sua parente e l’uomo non fece domande imbarazzanti come chiederle il cognome della donna. Tuttavia il pathos di Elena era palpabile,il tassista, che era un brav’uomo,decise di aiutarla, cercò tra le corse fatte quella sera e ricordò l’indirizzo dove aveva portato il ragazzo. Arrivata a quel portone, Elena studiò attentamente tutti nomi scritti sul citofono, comprò un astuccio in una cartoleria ed iniziò a suonare a tutti i citofoni chiedendo del ragazzino di circa 10 anni che si chiamava Roberto, diceva di avere l’astuccio da rendergli, e raccontò che suo figlio l’aveva portato a casa per errore, alcuni non risposero affatto, qualcuno la mandò a quel paese, altri la fecero entrare e presero l’astuccio ringraziandola e non permettendole di fare altre domande, Elena tentò di chiedere il nome del bambino affermando che suo figlio glielo aveva detto, ma che lei se n’era dimenticata. Ebbe la conferma che si trattava di Roberto, ma non riuscì a vederlo,avrebbe voluto chiedere di Elena, ma il suo interlocutore rispondeva a monosillabi e non era il caso di insistere. Era evidente che chi le aveva aperto la porta, non si occupava del ragazzo, perché ,se lo avesse fatto, avrebbe capito che l’astuccio non era suo. Un altro buco nell’acqua si disse, scendendo le scale del palazzo, ma la speranza di sapere qualche cosa si riaccese, vedendo entrare una signora anziana con una bella bambina di circa 10 anni, dopo i complimenti per rompere il ghiaccio, Elena tentò l’unica carta che vedeva possibile, chiese di Elena, fingendo di volere avere delle referenze sulla governante. Bingo! L’anziana signora le domandò subito se l’avevano licenziata o se aveva dato le dimissioni,poi, senza aspettare la risposta continuò a parlare: ‘’ Lo sapevo che non era partita, non lo avrebbe mai fatto così, senza preavviso, era una brava donna, voleva bene a Roberto, certo l’avevano licenziata, magari il padre aveva fatto delle avances; anche se aveva tre figli grandi, Elena sembrava una ragazzina, è incredibile come quelle donne dell’est, malgrado gli stenti, invecchiassero bene, aggiunse. Dunque Elena era una bella donna, non giovanissima, moldava, separata da un marito probabilmente manesco e bevitore, apparentemente affezionata al bambino, forse corteggiata dal padre dello stesso. La nostra Elena mostrò la borsa trovata alla stazione all’anziana signora, sperando la ricordasse, ma la donna non aveva memoria per i particolari e, in questo frangente, le venne in aiuto la nipotina, affermando che era certa che fosse di Elena, perché le aveva chiesto di regalargliela e lei gliene aveva comprato una molto simile,ma più piccola, in quel momento tornò la memoria anche all’anziana signora. Elena, decise allora, di dire la verità, espose i suoi sospetti che fosse accaduto un incidente a quella povera donna e sostenne la necessità di conoscere il cognome della donna,per poter denunciare i suoi sospetti alla Polizia. Purtroppo la sua confidenza non ebbe l’esito sperato, la donna si chiuse a riccio e la salutò frettolosamente. Elena si trovò di nuovo sola, riprese a scendere le scale lentamente guardando la sua figura un po’ appesantita riflessa dalle vetrate dei pianerottoli,forse esagerava nell’autocritica, forse negli ultimi tempi non si era curata troppo del suo aspetto, ma il risultato di questa sua ispezione la portò lontano, a ricordi di speranze deluse, di lotte perdute, a persone dimenticate. Ad un tratto si sentì sciocca e pensò che se fosse sparita lei,nessuno l’avrebbe cercata, poi pensò alla sua omonima e si disse che certo era più fortunata di lei, aveva l’affetto dei suoi figli, quello del piccolo Roberto e quella di Gildo, così apparentemente rude,ma certo dolce e sensibile, a giudicare dalle lacrime che aveva versato al solo nominarla. Stava per uscire in strada, quando sentì l’ascensore e, istintivamente, si appiattì contro la parete, nel tentativo di non essere vista. Dall’ascensore scesero due uomini, uno diceva all’altro :’’Ma come ti è venuto in testa di aprirle la porta? Sei sicuro che ti abbia parlato di Elena?’’ ‘’Ma sì , ha detto che l’ha mandata qui suo figlio, di che ti preoccupi, il ragazzino le avrà raccontato una balla e lei ci ha portato l’astuccio che quel delinquente deve aver rubato da qualche parte e ,per non confessarlo alla madre, avrà detto che è di Roberto, di che ti preoccupi? Chi vuoi che cerchi Elena,e anche se la cercassero, non trovandola, crederanno che è tornata al paese…Sta tranquillo,sai bene che non aveva uomini, quello sì che sarebbe stato un guaio, se avesse avuto un uomo….’’ Ad Elena tremavano le gambe,il cuore le batteva così forte che temeva che si sentisse nella tromba delle scale,oramai era certo che quegli uomini sapevano dove fosse finita la governante e che la sua visita li aveva indispettiti. Non appena fu certa di non essere vista, Elena, dimenticando il dolore alla gamba, si mise a correre a perdifiato verso la stazione dove aveva lasciato la macchina. Al sicuro, nell’abitacolo della sua vettura, si distese per raccogliere i suoi pensieri; se ne stava lì ad occhi chiusi quando qualcuno bussò al vetro della sua auto, facendola sobbalzare. Per sua fortuna era il tassista, che, curioso, voleva sapere se aveva trovato le persone che cercava, Elena, scese velocemente dall’auto e gli chiese di portarla dal dottor Rossetto, il tassista non se lo fece ripetere due volte,anche se i Rossetto a Verona erano tanti, di dottori ce n’erano solo due, il notaio ed il dentista che non esercitava più da tempo, così Elena, non dovette dargli neppure l’indirizzo, lo conosceva già. Elena si fece coraggio e suonò, alla voce di donna che rispose, chiese notizie della salute dell’anziano medico, dicendo che era stata una sua paziente ed aveva saputo solo allora della sua malattia, la donna, che doveva essere la domestica, le disse che il signore non poteva ricevere nessuno perché stava molto male, Elena allora provò a chiederle se era un’amica di Elena, ma la donna disse che era stata assunta da due giorni e non conosceva nessuno, poi senza tante cerimonie aveva chiuso il citofono. Alla nostra Elena non restò che guardare l’ampio parco della villa che s’intravedeva in lontananza, e costatare ancora una volta, che la sua omonima mancava da poco. Risalita sul taxi, contò il poco denaro rimastole e sperò che le sarebbe bastato per pagare quell’inutile corsa, il tassista, quasi indovinando i suoi pensieri, le disse di stare tranquilla, che si sarebbe accontentato di quello che aveva, che, dopo tutto, se cercava quest’Elena, senza conoscerla, faceva bene, troppa gente spariva e nessuno se ne preoccupava. ‘’Magari il vecchio la voleva far diventare erede e quelli l’hanno tolta di mezzo, non sarebbe né la prima né l’ultima volta che succede sa? ’’ Aggiunse dando corpo ai suoi sospetti più atroci. ‘’Non vede mai quella trasmissione? Ci sono un sacco di persone che spariscono nel nulla sa?’’ Elena rabbrividì annuendo: ‘’Ma vede, io non so né il cognome, né ho una foto della donna, e poi… pare fosse straniera! Il mio sospetto è molto vago, cercavo qualche cosa di più preciso, proprio per poter fare una denuncia!’’ ‘’Sa cosa potrebbe fare, qui il giovedì, vicino al centro commerciale, c’è un bar dove quelle povere donne si riuniscono, un po’ per chiacchierare, un po’ per cercare lavoro, potrebbe anche chiedere nelle parrocchie, ci sono dei preti che le aiutano a trovare un posto e un tetto e garantiscono per loro.’’ ‘’Già, ma non posso prendere le ferie per venire qua anche giovedì prossimo!’’ Il tassista all’improvviso fermò il taxi e le chiese se se la sentiva di prendere un caffè a casa sua con sua moglie. Elena, sorpresa, accettò, un caffè era proprio quello che ci voleva e quel tassista sembrava averle creduto ed aver preso a cuore la sua storia. La donna che aprì la porta era bionda, minuta, curata e semplice allo stesso tempo, aveva grandi occhi blu ed un sorriso aperto e simpatico. Il marito le raccontò in breve la situazione, la moglie accettò di buon grado di dare una mano ad Elena, il motivo fu presto svelato, una sua sorella emigrata in sud-america, non aveva mai più fatto ritorno e nessuno aveva saputo che fine avesse fatto, trovare questa moldava o scoprire che le aveva fatto del male, per lei, sarebbe stato un po’ come ritrovare sua sorella. Il marito avrebbe dovuto finire il suo turno da lì a poco e decise di restare a casa, poiché le chiacchiere e le confidenze li avevano fatti sentire amici, la invitarono a restare a cena e a giocare una partita a carte con loro. Da quanto tempo Elena non passava una serata in compagnia di persone simpatiche? Da quanto tempo non le capitava di essere invitata a cena? Elena scacciò le malinconie e accettò di buon grado. Fu invitata anche la vicina di casa e si sfidarono a scopone scientifico, chiacchierando come se si conoscessero da molto tempo. Nessuno di loro aveva figli, ma la coppia aveva fatto delle adozioni a distanza, proprio in memoria della sorella scomparsa. Quando Elena riprese la strada di casa era tardi, la sua vista non era più quella di una volta e rimpianse di non avere preso il treno per arrivare fin lì. Per sua fortuna non c’era molta nebbia, in ogni caso il viaggio le sembrò lungo e ringraziò il Signore di essere arrivata sana e salva, sapeva di avere meritato le due strombazzate ricevute sull’autostrada e non le faceva piacere ammettere che non era più quella di un tempo neanche alla guida. A casa l’aspettavano il cagnolino fedele e giocoso ed il serissimo gattino che le corse incontro miagolando, come a rimproverarla per la prolungata assenza. Dopo le carezze di rito, ed una doccia frettolosa, i tre si prepararono a dormire una notte serena, il cagnolino dopo vari sforzi riuscì ad infilarsi sotto le coperte e appoggiare il musetto sulle sue ginocchia ed il micio si accoccolò sulla sua spalla ron-ronando piano ed accarezzandole la guancia delicatamente, cosa che faceva spesso, da quando aveva perso la sua compagna,una bella micia rossa a pelo lungo, investita da una motocicletta. Il gattino l’aveva cercata e pianta a lungo, alla fine si era rassegnato e dedicava a lei tutte le sue affettuosità, degnandosi di giocare ,a volte, anche con il cagnolino. Elena li accarezzò ancora una volta, grata per l’affetto ed il calore di cui riempivano la sua vita e si addormentò felice che l’indomani fosse domenica.
Elena, quella domenica mattina, si svegliò di ottimo umore,cosa che non capitava spesso,anche il tempo sembrava volerle fare trascorrere una bella giornata;le sue bestiole sembravano contagiate e giocavano a rincorrersi, il cagnolino abbaiava e fingeva attacchi improvvisi, che il micio schivava senza difficoltà arrampicandosi sugli alberi e soffiando, senza convinzione, alla volta del suo inseguitore improvvisato. Elena amava guardarli giocare, la domenica, di solito, era dedicata alla cura del giardino, a qualche lavoretto in casa e alla cura dei suoi animaletti, che erano lavati e spazzolati con cura, le cucce usate in sua assenza, erano rinfrescate e profumate, la giornata trascorreva veloce, ma quella domenica, Elena aveva altri programmi, guardò la sua libreria e prese un libro, uno di quelli che non le piacevano, poi tornò sui suoi passi, vergognandosi un po’ e lo rimise sullo scaffale da cui tolse un libro di poesie di Neruda, che lei amava molto. Il libro era destinato a Gildo, vista la bella giornata, se aveva fortuna, lo avrebbe trovato intento ad accudire ai cavalli, magari ci sarebbe stato il piccolo Roberto e le sue indagini avrebbero potuto fare un bel passo avanti. Il libro le serviva un po’ da lasciapassare ed Elena si vergognò ancora del pensiero iniziale di regalare al buon uomo, uno di quelli che non le piacevano, non era così che si dovevano scegliere i regali da fare, neppure quelli un po’ interessati. Avrebbe portato volentieri con se le sue bestioline, il gatto adorava fare un giretto in automobile e vi si comportava meglio del cagnolino, che,per manifestare la sua gioia, spesso abbaiava ai passanti, per farsi notare. Il cane avrebbe potuto giustificare anche una sua seconda ispezione alla luce del sole, nel punto dove aveva trovato la borsa di jeans, ma avrebbe potuto anche infastidire i cavalli, il gattino avrebbe potuto perdersi dietro a qualche lucertola; i pro ed i contro si bilanciavano, Elena decise di lasciar fare al caso, salì in auto ed attese qualche secondo prima di mettere in moto, se i suoi coinquilini, come li chiamava scherzosamente, si fossero avvicinati, li avrebbe portati con sé, altrimenti no. I due sembravano presi dai loro giochi, dalle prime farfalle che svolazzavano sui primi fiori e non badavano troppo a lei, che mise in moto e si allontanò; sperava che il libro avrebbe sciolto l’imbarazzo di quella seconda visita non richiesta e avrebbe fatto dimenticare a Gildo le sue lacrime. Il vialetto che portava alla stazione, senza nebbia e senza stanchezza, non sembrava così funereo, anche l’odore sembrava meno acre e pungente, disperso com’era dal venticello primaverile. Elena, parcheggiando davanti al cancello si domandava da dove le era venuta tutta quella sfacciataggine e disinvoltura, lei era stata sempre timida e discreta, la gente la credeva persino menefreghista, a causa del suo non chiedere mai nulla, ed ora , invece, era lì che suonava per la seconda volta, alla porta di uno sconosciuto, per avere informazioni su cose che, proprio, non avrebbero dovuto riguardarla. Un grosso cane pastore si avventò abbaiando contro al cancello, non c’era l’altra volta- pensò Elena- congratulandosi di avere lasciato a casa i suoi animali; poco dopo arrivò anche Gildo,che non si mostrò troppo sorpreso di vederla e subito prese a scusarsi per l’ultima volta, dicendo che non si ricordava un gran ché e che sperava di non averla offesa; rassicurato su questo punto, si decise a richiamare il cane e a farla entrare, il pastore le si avvicinò per annusarla e, finita la sua ispezione, se ne andò per i fatti suoi. Elena gli porse il libro che aveva portato e si scusò a sua volta dell’ intrusione,Gildo fu molto felice del regalo e la coprì di ringraziamenti,le parlò della sua passione per la poesia e la lettura in genere, del suo dispiacere di non aver potuto studiare, del suo amore per i cavalli e gli animali in genere. Il discorso ovviamente si spostò sul cane ed il gatto di Elena, che sembrava aver completamente dimenticato il motivo della sua visita. Gildo l’accompagnò alla scuderia e le propose una passeggiata a cavallo,Elena rifiutò, poi si lasciò convincere a tentare: il cavallo era docile,Gildo premuroso ed abile e la cosa fu meno difficile del previsto, per scendere da cavallo, Gildo la raccolse tra le braccia, tenendola sollevata senza fatica. Elena sentì un brivido di piacere,da quanto tempo non era stata presa in braccio da un uomo?Anche il dopobarba di Gildo le diede una piacevole sensazione, avrebbe voluto che quel contatto durasse di più, era tornata bambina per un attimo e l’attimo dopo si era sentita ancora donna. Una voce rude alle loro spalle spezzò quella vena di sensazioni gradevoli facendole provare un‘irragionevole paura,Gildo la poggiò a terra delicatamente e ,scusandosi, si avviò verso il nuovo arrivato. Elena non poteva sentire cosa si dicevano, né poteva vedere bene l’uomo appena giunto, ma sembrava che rimproverasse Gildo e fosse molto arrabbiato. Fuori dal cancello sostava una bella BMV, dello stesso colore di quella vista a Verona,Elena si avviò verso l’auto per tentare di vederne la targa, ma non fece a tempo perché Gildo la stava chiamando e dovette tornare sui suoi passi. Quando tornò da lei, il gigante buono e sorridente, aveva un’espressione preoccupata, le disse che aveva da fare e quasi la obbligò ad andarsene, ma Elena non aveva ancora saputo nulla di quello che avrebbe voluto e fece finta di non capire,invitandolo a mangiare nella trattoria che aveva visto poco lontano da lì, riuscì a chetarlo un po’ e così uscirono insieme. L’uomo entrò a stento nella sua auto,Elena, invece di dirigersi verso il ristorante,si fermò poco dopo,vicino alla sponda del canale e lo invitò a scendere per vedere una cosa. Nel canale non c’era più né il tronco, né l’oggetto misterioso che vi si era impigliato sere prima, ma Elena voleva vedere come avrebbe reagito l’uomo, qualcosa nel suo cambiamento d’umore l’aveva spaventata e mille pensieri si affollavano nella sua mente. Che cosa sapeva di lui? Niente, avrebbe potuto essere uno spacciatore ed essere proprio lui quello che vendeva la morte a quei poveri ragazzi, le lacrime di quella famosa sera avrebbero potuto anche nascondere una colpa, l’amore per la sua omonima avrebbe potuto anche portarlo ad averla uccisa, magari perché aveva rifiutato di stare con lui.
Se ne leggevano tante, le veniva in mente il Mostro di Firenze, dall’apparenza innocua di un povero contadino,la cronaca nera era piena di persone insospettabili, che commettevano atroci delitti. Gildo era sceso e guardava il canale senza capire cosa dovesse vedere, ma ad un tratto s’irrigidì e scese, senza avvisarla, lungo la ripida sponda;per un attimo sembrò perdere l’equilibrio ed Elena urlò temendo di vederlo scivolare nell’acqua putrida e fredda, ma Gildo si riprese, si chinò ed estrasse dall’acqua una corda: era una grossa fune,tagliata di netto ed aveva un grosso nodo che formava un sinistro cappio. Gildo tornò su a fatica e le domandò se era quello che lei voleva indicargli, Elena annuì, mentendo, lei non l’aveva visto prima, ma ora non sapeva se essere contenta della nuova scoperta e dell’apparente sincerità ed innocenza di Gildo o rammaricarsi della piega spaventosa che stavano prendendo le cose. Il cappio e la fune avrebbero potuto benissimo sorreggere un corpo, perché tagliare quella fune, se non per far cadere qualcosa nel canale? Qualcosa di pesante, a giudicare dallo spessore della corda. Elena aveva una gran voglia di confidarsi, ma non aveva ancora fiducia completa in Gildo. Risalendo in macchina gli chiese a cosa era potuto servire quel cappio e lui , invece di rispondere, le domandò perché lo aveva messo nel suo portabagagli. Elena avrebbe voluto dirgli i suoi sospetti, invece inventò una storia fantastica di una sua passione per l’arte astratta ed il collage, avrebbe usato quella fune per un quadro, raccontò meravigliandosi di scoprirsi abile bugiarda. A tavola, seduti uno di fronte all’altro, gustando buon piatto di gnocchi, Elena tentò di chiedere il cognome dell’altra Elena, ma Gildo non lo ricordava, era un cognome difficile; allora gli chiese di descrivergli la donna,mentre lo interrogava, si chiedeva come mai lui avesse finto di non ricordare la borsa di jeans. La moldava pareva fosse esile e bionda, non troppo alta,aveva gli occhi chiari, i capelli mossi, si truccava poco e si vestiva con buon gusto, pur non avendo molti mezzi; parlava bene l’italiano anche se era in Italia da solo un anno,aveva un neo sulla guancia, usava il rossetto rosa e lo smalto dello stesso colore,usava spesso gonne, pantaloni e giubbotti in jeans. Il quadro era perfetto, il fazzoletto che era nella borsa era macchiato di rossetto rosa,le dimensioni della borsa facevano pensare ad una donna non troppo alta e robusta,sicuramente giovanile d’aspetto. Gildo parlava volentieri di lei e ne parlava con affetto, Elena si sentì di escludere che avesse potuto farle del male e poi parlarne con tanta serenità. Davanti all’abbondante frittura di pesce, Elena tentò di sapere dell’uomo della visita di quella mattina,ma Gildo le rispose senza mezzi termini che era stanco di quell’interrogatorio e che sarebbe stato meglio che si occupasse dei suoi problemi e la smettesse di ficcare il naso in faccende che non la riguardavano, poi come pentito della sfuriata, aggiunse che poteva essere pericoloso, che non tutti avrebbero gradito tante domande. L’atmosfera oramai era rovinata,Elena pagò il conto del ristorante ed accompagnò Gildo a casa sua, certa che non lo avrebbe più rivisto, mortificata dal suo cambiamento repentino, insospettita da quella reazione che le era parsa eccessiva, dopo tante confidenze. Mentre guidava stanca, alla volta di casa sua, le venne da piangere, si sentiva sciocca, inutile,antipatica a tutti, anche a quel guardiano di cavalli, non aveva più amici, non riusciva a comunicare con i colleghi, perché? Casa c’era in lei che allontanava le persone con le quali avrebbe voluto creare un minimo di rapporto confidenziale ed amichevole? L’accoglienza festosa delle sue bestiole,la rasserenò per un attimo,ma la presenza di fatture e bollette nella cassetta della posta la rimisero in agitazione, le sue finanze erano agli sgoccioli e lei andava in giro offrendo pranzi e pagando taxi, era stupida;la gamba si era gonfiata, gli occhi erano pesti dal pianto,l’immagine che rifletteva nello specchi dell’ingresso non le piacque affatto, guardò la spia della segreteria che lampeggiava e si meravigliò, non la chiamava mai nessuno nei week end, la segreteria emise infatti solo un lugubre sibilo ed una voce camuffata emetteva suoni incomprensibili, un po’ lugubri. Elena pensò ad uno scherzo di ragazzi,ma il cane non sembrava dello stesso avviso e si mise ad abbaiare al telefono emettendo suoni striduli e ripetuti, mentre cercava di calmarlo, Elena si accorse che il vetro del salotto era rotto. ‘’Accidenti ci mancava anche questa spesa !’’ brontolò senza chiedersi neppure come si fosse rotto quel vetro, dal momento, che non c’era vento ed era chiuso dall’interno. Il telefono cominciò a squillare, la stessa voce soffocata questa volta la chiamò per nome e le intimò di stare attenta, che la prossima volta non sarebbe stato solo il vetro ad andare in frantumi. Elena, nella sua incoscienza, si domandò chi volesse spaventarla e perché e non collegò le telefonate ed il vetro rotto alle sue indagini, doveva essere lo stesso che le aveva bucato le gomme si disse,ma per la prima volta in vita sua, ebbe cura di chiudere le persiane. Andando a letto, pensò che l’indomani, avrebbe telefonato all’obitorio, probabilmente quel luogo aveva un guardiano anche nei giorni di festa, si disse, senza esserne troppo convinta. Pe lei, il lunedì successivo, era una giornata festiva, s’era completamente dimenticata dello sciopero, che nulla aveva a che fare con le feste comandate, lo sciopero poi era solo dei dipendenti della sua azienda e non riguardava altri settori,ma Elena, in quel momento, aveva altro per la testa.
Elena aveva preso la strana abitudine di pensare a voce alta, quando stava a casa, fortunatamente, non le capitava quando stava in ufficio o per strada. Prima di addormentarsi staccò la spina del telefono. Il cagnolino continuò ad agitarsi e guaire lamentosamente, Elena era nervosa e minacciò di picchiarlo, il cane la guardò con occhi pieni di rimprovero. La notte fu agitata da strani sogni, Gildo le appariva sfigurato con in mano il cappio che aveva ripescato senza troppa fatica, l’uomo della BMW tentava di travolgerla con l’auto, teppisti drogati le rubavano la borsetta e, per finire, il suo cadavere galleggiava nel canale, mentre lei stessa si osservava dall’alto del ponte. La mattina giunse liberatoria,Elena ingurgitò un paio di calmanti e due antidolorifici e aprì la porta che dava sul giardino, la sua auto era lì, con altre due gomme a terra, il cofano alzato, il portabagagli aperto e vuoto. Questa volta i singhiozzi non si fecero attendere,doveva denunciare il tutto e trovare il bastardo che si accaniva contro di lei e la sua macchina. La giornata si prospettava triste e nervosa,Elena telefonò ai carabinieri e li pregò di venire a costatare i danni. Stava ancora piangendo di rabbia quando arrivò il Maresciallo Merlin, che le fece molte domande a cui la donna non sapeva rispondere,non aveva proprio idea di chi ce l’avesse tanto con lei, se fosse un vicino disturbato dal cane non ci sarebbe stato il precedente dell’ufficio. Il Maresciallo stava per andarsene quando Elena gli chiese se l’obitorio era aperto di domenica,il militare la guardò meravigliato e tornò sui suoi passi pensoso,quella donna forse mentiva o forse era in pericolo, senza rendersene completamente conto. Perché l’obitorio? Elena alle sue domande precise e pressanti decise di raccontare tutto quello che sapeva,il Maresciallo la guardava incredulo e lei concluse dicendogli :’’ Ecco perché non sono venuta da voi prima, avevo telefonato e chi ha risposto non si è minimamente interessato al mio racconto, ora anche lei mi reputa una fuori di testa,se le dico che mi hanno rubato solo un pezzo di corda che ho trovato nel canale e che forse, quanto mi sta accadendo è una conseguenza delle mie indagini, mentre le prime due gomme devono essere state un dispetto di qualche collega a cui sto sulle scatole. Le sue parole le chiarirono le idee e finalmente, si rese conto di quello che sarebbe potuto succederle. Il racconto di Elena era confuso e non aveva convinto affatto il Maresciallo che tuttavia, non avendo altro da fare, decise di accompagnarla personalmente all’obitorio, cercando di non mostrare troppo la sua incredulità. Del resto vicino all’obitorio c’era un’ottima pasticceria e così avrebbe portato dei buoni pasticcini a casa alla fine del suo turno. Elena aveva smesso di piangere, si era incipriata il naso, aveva anche trovato il gommista che le aveva promesso di passare in serata e di farle credito,infondo era una buona cliente e lui aveva appena litigato con la moglie, Elena gli stava dando un’ottima scusa per uscire e farsi una partita a carte con gli amici, invece di portare al cinema la moglie. Durante il percorso fino all’obitorio, cercò di spiegare meglio i suoi sospetti al carabiniere, ma lui continuava a chiederle nomi e particolari che lei stessa non conosceva, il loro era un dialogo ben poco produttivo, Elena era certa che l’ufficiale non avrebbe indagato e che la stava accompagnando solo per mettersi l’anima in pace e poter archiviare lei e le sue chimere al più presto. Elena si rese conto di essere antipatica anche a lui,la cosa la fece infuriare ancora di più e i suoi modi non migliorarono la situazione. All’obitorio trovarono solo il vecchio custode, Elena gli chiese, se in quei giorni, era stata portata lì, una donna bionda, snella, non troppo alta,una donna che poteva avere dai 35 ai 45 anni,che forse, aveva dei segni sul collo. Come per convincerla che le sue non erano che fantasie, le mostrarono tutti i cadaveri presenti,nessuno aveva le caratteristiche da lei descritte e non era possibile farle fare una denuncia di scomparsa visto che non conosceva la donna di cui parlava e non ne sapeva neppure il nome e, lei stessa, aveva sostenuto che le avevano detto che era tornata in patria a vedere i suoi figli. Elena si sentì un po’ stupida,ma continuò ad insistere, si doveva chiedere il nome della donna al dottor Rossetto, almeno con il cognome si sarebbero potuto fare delle ricerche in Moldavia, ammesso che qualcuno le volesse fare. Il Maresciallo sospirò e telefonò al dottor Rossetto,gli annunciarono che era morto proprio quella mattina. Non era il momento di insistere, concluse il carabiniere e si offrì di riaccompagnarla a casa consigliandole di starsene tranquilla. Elena non poté fare altro che tacere e scusarsi per la sua insistenza. Tornata a casa, telefonò al simpatico tassista e gli chiese di informarsi sulla data del funerale,era l’ultima occasione per tentare di avvicinare il bambino e farsi dire il cognome della donna. Il tassista promise di informarsi ed Elena si rassegnò a passare la serata cercando di rimettere in ordine la casa in attesa del gommista. Sistemata la macchina,raccolti i vetri e riordinato in qualche modo, Elena si stese sul letto pensando agli strani avvenimenti di quei giorni. Si domandò il perché della sua ossessione di trovare quella donna e si chiese perché mai avrebbero dovuto ucciderla, era solo una governante, amata dal bambino che accudiva,non c’era ragione di volerla far sparire, anzi, era utile ad un uomo solo. Doveva lasciar correre, erano i suoi nervi a giocarle brutti scherzi e a renderla scorbutica tanto da suscitare tutti quei dispetti. La mattina del martedì, Elena si presentò al lavoro portando il vassoio di paste che aveva comprato assieme al Maresciallo, voleva ristabilire buoni rapporti coi colleghi e cercare di farsi perdonare le distrazioni degli ultimi giorni, inoltre doveva anche ottenere un giorno di permesso per andare al funerale dei dottor Rossetto, ammesso che il tassista mantenesse la promessa di farle sapere dove e quando si sarebbe svolto. I collehi erano in collera con lei, perché non aveva preso parte attiva alla giornata di protesta. Le sue paste non ebbero il successo sperato e non fu necessario chiedere il permesso, perché all’ora del pranzo, le comunicarono il suo licenziamento, la motivazione era lo scarso rendimento dell’ultimo periodo, la scarsa collaborazione con i colleghi e la necessità dell’azienda di ridurre il personale. Il mondo le crollò addosso ed Elena si sentì completamente persa. Senza parlare raccolse le sue cose, riprese il vassoio con i pasticcini e lasciò l’ufficio come sotto l’effetto di una droga. Ora davvero si sentiva in trappola, non aveva salutato nessuno, erano tutti a pranzo e nessuno si sarebbe certo preoccupato per la sua assenza. Che cosa avrebbe fatto, chi l’avrebbe presa, che altro lavoro avrebbe potuto cercare? Il cuore le batteva veloce e si sentiva soffocare. Andò subito all’ufficio di collocamento, andò nelle agenzie, mise un annuncio sul giornale, ripensò alla sua vita, a tutte le speranze deluse, alla rabbia che provava negli ultimi tempi, all’incapacità di reagire,alle reazioni che non avrebbe voluto avere,alla bella emozione provata solo per un attimo tra le braccia di Gildo. Era riuscita ad infastidire anche lui, certo lo aveva perso per sempre e non avrebbe mai saputo se era quel brav’uomo che le era sembrato o se era un complice del tipo della BMW, complice…. ma di che cosa? Lo squillo del telefono la fece riemergere dai suoi pensieri, il tassista le annunciava una notizia sorprendente, correva voce che il medico avesse chiesto l’autopsia del vecchio dottore, sembrava che, pur essendo gravemente ammalato, nella sua morte vi fossero delle cose che non avevano convinto il medico e gli avevano fatto sospettare che gli fossero stati somministrati , per errore o intenzionalmente, dei farmaci sbagliati, anche il sacerdote che lo aveva assistito, aveva confermato che l’anziano temeva gli facessero del male prima che potesse modificare il testamento a favore di una certa Elena, che il vecchio sosteneva che avrebbe voluto sposare , proprio per poterla fare ereditare e lasciarle la tutela del nipote, la donna era scomparsa ed aveva lasciato tutti i suoi abiti, le foto dei figli e della madre,come se dovesse tornare, ma non aveva mai telefonato per avere notizie, né si era presentata dal notaio che avrebbe dovuto spiegarle i suoi obblighi , in caso avesse accettato l’eredità e l’impegno di accudire al bambino fino alla maggiore età. Elena era senza parole, il tassista in una mattina era riuscito a sapere molto più di lei in tanti giorni,forse la gente la percepiva come forestiera e con lei non si apriva,non la consideravano una di loro, lei con il suo italiano senza accenti dialettali, con i suoi modi educati un po’ d’altri tempi, con la sua passione un po’ drammatica dipinta sul volto e la sua determinazione a scoprire i misteri,evidentemente, faceva agli altri, l’effetto che fa la divisa del poliziotto a tutti. La divisa incute sì timore,ma la gente pensa anche che chi la indossa non possa capire le sue ragioni, la gente vede sempre in chi porta una divisa, anche un potenziale nemico, un po’ ottuso, infarcito di regolamenti, un essere distante dalla vita reale e propenso a far pesare su tutti il suo ruolo, vendicandosi così del suo basso stato nella scala sociale e del suo scarso stipendio. Elena finalmente capì cosa non funzionava il lei, non era di quelle parti e non aveva mai vissuto in posti dove la gente l’aveva considerata una di loro. In tempi di globalizzazione, valeva ancora il detto mogli e buoi dei paesi tuoi,soprattutto nei piccoli centri e lei non faceva parte di nessun gruppo e aveva vissuto come una scheggia impazzita, senza radici, senza famiglia, senza appartenenza. Ora che sapeva tante cose doveva assolutamente coinvolgere il giovane Maresciallo così scettico e distratto, telefonò al comando per sapere il suo nome, anche lei era distratta e non ricordava mai i cognomi delle persone. Cercò il nome sulla guida e tentò di telefonargli a casa, rispose la voce di una giovane donna straniera, era la baby sitter, i signori Merlin erano andati a far visita a dei parenti, lei era rimasta con i bambini che avevano la febbre, Elena le chiese se per caso fosse moldava, la ragazza rispose di sì,Elena allora le chiese a bruciapelo se conosceva la signora che lavorava dal dottor Rossetto e la ragazza candidamente le fornì il sospirato cognome, aggiunse che era preoccupata per la sua prolungata assenza e per la mancanza di notizie,aveva anche il telefono dei suoi figli. Elena le chiese di vederla, dovevano assolutamente telefonare per sapere se la donna aveva dato notizie ai figli e se era tornata da loro. La ragazza accettò di buon grado, ma sarebbe stata libera solo a tarda sera. Elena promise di venirla a prendere e la invitò a mangiare una pizza assieme. Nervosa ed impaziente, incapace di restare con le mani in mano, telefonò anche al guardiano dell’obitorio, pregandolo di chiedere agli altri del circondario se avessero qualche donna, annegata o soffocata nei loro locali, l’uomo accettò di aiutarla,non gli costava nulla e sarebbe stato un modo come un altro per passare il tempo ed avere occasione di parlare con qualcuno. Giunta la sera, si mise ad aspettare la ragazza, il Maresciallo la vide e le chiese cosa stesse facendo lì, Elena gli raccontò le ultime notizie e, questa volta, riuscì ad attirare la sua attenzione. Il Maresciallo decise di farle telefonare dal suo ufficio, il figlio maggiore dell’altra Elena aveva 16 anni e rispose che non aveva sentito la mamma da qualche tempo, ma aveva ricevuto un vaglia proprio il giorno prima. Fortunatamente il ragazzo studiava informatica ed aveva un computer e poté così inviarne una copia all’ufficio dei Carabinieri, dalla ricevuta si poteva risalire all’ufficio postale dal quale era stato spedito. Il vaglia era stato spedito da Verona, bisognava attendere la mattina per cercare di interrogare gli impiegati, chiesero al ragazzo di spedire anche una foto della madre ed Elena, finalmente ebbe un volto. I ragazzi vivevano soli, quello più grande accudiva al fratello minore di 10 anni, non avevano parenti e non vedevano la madre da 3 anni, la madre era partita lasciandoli ad un’anziana signora, che nel frattempo era morta, lasciando loro la possibilità di continuare a vivere lì e nessuno si era più preoccupato di loro, la mamma scriveva spesso, mandava soldi e prometteva di venirli a prendere non appena avrebbe avuto un’abitazione tutta sua,viveva dalle suore o presso le famiglie dove lavorava e loro studiavano l’italiano in attesa di poterla raggiungere. Elena, colpita e affranta per la sorte dei ragazzi si augurò di essere una pazza visionaria e che l’indomani mattina, alla posta, gli impiegati si ricordassero della donna e che ogni idea di delitto fosse fugata. Telefonò al tassista per raccontargli le sue scoperte e per chiedere loro se potevano incontrarsi visto che era riuscita a farsi accettare dal Maresciallo e poteva seguirlo a Verona, del resto era lei che era riuscita a farsi mandare la foto della donna ed aveva mosso cielo e terra perché le autorità se ne occupassero. All’ufficio postale, ricordavano perfettamente l’uomo che aveva fatto il vaglia, la descrizione che ne fecero fu , inequivocabilmente, quella di Gildo. Elena si sentì raggelare, l’uomo le aveva detto di non ricordare il cognome di Elena e poi che ci faceva a Verona, certo era lì per vedere l’uomo della BMW e se aveva fatto il vaglia ai ragazzi, probabilmente era per non fare iniziare le ricerche e far sembrare tutto normale. Lui solo sapeva del cappio e l’aveva vista metterlo nel portabagagli,lui conosceva il suo indirizzo… Elena trattenne le lacrime di delusione e sgomento che volevano uscire prepotentemente e , cercando di mantenere un atteggiamento freddo, disse al Maresciallo che conosceva l’uomo ed il suo indirizzo e che sospettava potesse essere lui quello che le aveva fatto le telefonate, le aveva spaccato il vetro e danneggiato la macchina. Preferì non accompagnare i Carabinieri, sapeva che lo avrebbero fermato e, all’improvviso, quel delitto, sembrava non interessarla più. Fortunatamente c’era il tassista e la moglie, bussò alla loro porta in cerca di conforto, l’idea che Gildo fosse coinvolto e potesse essere l’autore della sparizione della donna l’aveva messa a terra. Seduta nel salotto semplice e accogliente dei suoi unici nuovi amici,cercò di riordinare le idee e pensare un po’ anche a se stessa e al suo futuro quanto mai oscuro. La coppia cercò di rincuorarla e le promise di cercare in giro un nuovo lavoro per lei. Il rientro, in treno, fu penoso, la lunga passeggiata per raggiungere casa sua, stancante, neppure le feste dei suoi animaletti, riuscirono a tirarla su di morale. La telefonata dell’omino dell’obitorio che le confermava il ritrovamento del corpo di una donna che poteva corrispondere alla sua descrizione, invece di farla sentire meglio,la rattristò ancora di più; stancamente, comunicò la cosa al maresciallo Merlin, avrebbe voluto chiedere di Gildo, ma non lo fece e l’ufficiale non le disse nulla. L’indomani il telegiornale locale annunciava l’arresto di Gildo e commentava la stranezza della preoccupazione dell’uomo per la sorte del cane e dei cavalli, invece di difendersi l’uomo aveva continuato a raccomandare gli animali ai Carabinieri che lo stavano arrestando. Il tassista le telefonò per annunciarle che la data dei funerali del dottor Rossetto era stata fissata e che il padre del bambino era stato indagato per la somministrazione dei farmaci non idonei, sembrava che fosse stato lui ad acquistarli e a farseli prescrivere dal suo medico , gli stessi erano stati somministrati al vecchio, apparentemente per errore, ma l’infermiera sosteneva di aver trovato le pastiglie sul vassoio che portava abitualmente all’anziano, era una donna di provata esperienza e serietà, era stata assunta da pochi giorni e quindi era stata scagionata quasi subito. L’uomo invece, era implicato in affari poco puliti, aveva debiti di gioco e tutto l’interesse ad impedire, che il nonno di suo figlio, ancora lucidissimo, seppur morente, trovasse un’altra persona, cui affidare la tutela del nipote e l’amministrazione dell’eredità. Il tassista aveva pensato che proprio lei, Elena, avrebbe potuto proporsi come governante del bambino, infondo aveva aiutato la giustizia a scoprire la verità,per dedicarsi alla faccenda aveva perso il lavoro, una parola del Maresciallo avrebbe potuto farle avere l’incarico e magari avrebbe potuto anche ottenere di tenere il bambino con se finché non si fosse dimostrata l’estraneità ai fatti della donna che lo stava accudendo su incarico del patrigno. Elena,non credeva affatto la cosa possibile, aveva il suo cagnolino ed il gatto e non li avrebbe mai lasciati, neppure per un lavoro nuovo ben retribuito e piacevole come quello di badare ad un bimbo tanto ricco e tanto sfortunato. Il pensiero andò ai quei due poveri ragazzi rimasti orfani in Moldavia, chi avrebbe pensato a loro, ora che era quasi certo che la madre fosse stata uccisa? Elena passò una brutta nottata,preoccupata per sé,per il piccolo Roberto, per i due bambini moldavi e anche per il cane ed i cavalli di Gildo. Aveva un bel dirsi, che la cosa non la riguardava più, che era felice di non essere una pazza visionaria, che aveva da risolvere la sua vita e che doveva smettere di pensare agli altri;quasi senza accorgersene salì in macchina ed arrivò fino alla casa di Gildo, aveva preso un po’ di cibo secco e qualche scatoletta e avrebbe cercato di darlo al cane, se fosse riuscita ad entrare. Come aveva previsto, la rete del recinto non era poi così solida da non permetterle di entrare, il cane la riconobbe e divorò con voracità il cibo che lei gli aveva portato, Elena andò anche verso i cavalli, avrebbe cercato di mettere della paglia nella mangiatoia e vedere se avevano acqua a sufficienza. Un rumore alle sue spalle la fece sobbalzare, quando si girò vide la possente figura di Gildo che la guardava senza sorridere. Spaventata, Elena iniziò a balbettare tentando di spiegare la sua presenza. Gildo taceva, poi all’improvviso le intimò di andarsene. Elena si affrettò verso il cancello,ma inciampò e cadde. Tentava di rialzarsi senza riuscirvi, la gamba sembrava non volerla sorreggere, dovette chiamare aiuto, Gildo apparve e, come solo pochi giorni prima, la sollevò senza fatica e la portò dentro casa adagiandola delicatamente sul divano. Sempre senza parlare l’uomo le medicò la caviglia e gliela fasciò con maestria. Elena si sorprese a chiedergli se aveva imparato a fasciare così bene esercitandosi con i cavalli, Gildo annuì e poi guardandola dritto negli occhi le chiese:’’Davvero ha pensato che potessi essere io quello che aveva fatto del male ad Elena? ‘’ ‘’ Sì, l’ho pensato, anche se l’idea mi addolorava molto.’’ Rispose Elena. ‘’ Sono felice che l’abbiano rilasciata, almeno i suoi cavalli ed il cane non avranno a soffrirne, ero venuta a vedere se potevo fare qualche cosa per loro, poi avrei chiamato il Maresciallo per sapere cosa avessero intenzione di fare. ‘’ Aggiunse. Gildo si sedette accanto a lei, le porse un calice del suo vinello e iniziò la sua spiegazione. ‘’Credo di doverle delle scuse signora, sono stato io a crearle dei guai, ho detto al padrone la storia del cappio, non pensavo che potesse essere lui quell’infame, senza volere gli ho parlato di lei, delle sue ricerche.. ‘’ ‘’ Ma il vaglia? ‘’ incalzò lei. ‘’ Sono andato a Verona per cercare Elena, nessuno sapeva dov’era e allora mi sono fatto dare l’indirizzo dal parroco che la conosceva bene e ho pensato di mandare qualche soldo ai suoi figli. Vorrei che quei ragazzi potessero venire qua, potrebbero aiutarmi a governare i cavalli, studiare e trovare un lavoro. Io avrei sposato la loro madre se mi avesse voluto, vorrei fare qualche cosa per loro, se fossi sposato sarebbe facile, così non so, ma ci proverò, se non cacceranno anche me, ora non si sa a chi sarà affidata la tutela dell’unico erede. ‘’ Sa che mi avevano parlato della possibilità di farmi assumere come governante, ma non posso accettare, anche se sarebbe una vera fortuna, sono a corto di denaro, mi hanno licenziato e anch’io devo chiederle scusa per qualche bugia.’’continuò Elena ‘’Domani ci saranno i funerali del povero dottor Rossetto, venga anche lei, le presenterò Roberto e dovrebbe esserci anche il notaio, parleremo con lui , magari mi consiglia su come far venire i ragazzi dalla Moldavia, magari la fa assumere per Roberto, se trasferiscono i cavalli nella loro tenuta, lì c’è una dependance,è grande, probabilmente ,se non mi cacciano, mi faranno andare a vivere lì, ma è grande, ci sarebbe posto anche per lei e le sue bestiole, sempre che non le dispiaccia dividere la casa con me, infondo potrei insegnarle a cavalcare e potremmo scambiarci i libri, qualche sera potremmo bere un bicchiere e tenerci compagnia, ci ho pensato sa, potrebbe essere anche una guida per i ragazzi di Elena,tre uomini soli non so se la caverebbero bene, con una donna magari…’’ Elena prese tra le sue la grande mano di Gildo e sorridendo disse: ’’Sarebbe bello, ma non facciamoci troppe illusioni…’’
Di Maria Vittoria Morokovski
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