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![]() L'Associazione degli Amici di Orbetello non ha scopo di lucro, ha la finalità di combattere il piccolo degrado sotto ogni suo aspetto (perché se trascurato porta al grande degrado frequentemente irreversibile). Inoltre, si prefigge di sensibilizzare le istituzioni sui problemi che investono la comunità locale ed il territorio del Comune di Orbetello. In otto anni della sua attività non ha mai goduto di contributi di istituzioni pubbliche o private. Sono i soci, che con le sue quote di adesione, realizzano i "service" come ad esempio il restauro di beni storici, il taglio delle erbacce, la cura delle aiuole e le iniziative in favore delle classi sociali più deboli (es. disabili), le conferenze di carattere sanitario locale e, la costruzione di scale pedonali ecc. , dalle sollecitazioni all'amministrazione Comunale, a quella Provinciale, all'azienda sanitaria locale per la risoluzione di varie problematiche. Insomma, spaziamo a 360 gradi, pronti a collaborare con altre Associazioni locali. Indirettamente, e forse principalmente, creiamo nelle persone che collaborano con noi una mentalità di completa apertura ad ogni problema non settoriale che, in altre Associazioni, purtroppo sfocia nel settarismo. ASSOCIAZIONE degli AMICI di ORBETELLO - Casella postale 24 - Orbetello (Gr) Fonte Amici di Orbetello
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Emilio Cagnoli Emidio
Leggere nelle pietre il nostro passato |
Il rischio che corro è di essere giudicato presuntuoso, ma forse è la voglia di esprimere quanto sotto andrò a scrivere, di racconti di vita vissuta e le mie opinioni riguardanti la storia, l’archeologia e la genesi della penisola di Orbetello.
Sarebbe bello sapere che un giorno viene scritta anche una sola riga in più della storia del nostro paese, Orbetello. Mi farebbe molto piacere credere che questo possa essere successo e ufficializzato, l’undici di novembre dell’anno 2000.
Pertanto quello che andrò a scrivere non vuole essere una cosa tecnico scientifica, ma solo un fatto di una appassionata esperienza, vissuta con l’occhio e l’orecchio attento e la passione per la conoscenza e la ricchezza storica, verso un territorio, il nostro, ch’è ricco di tutti i passaggi storici dell’uomo.
Orbetello, pur se piccola, ma con il carattere di grande “Città”.
Così in antico sancì Roma, tenendosela per sé.
Vuoi la sua collocazione al centro della sua “Laguna”, il suo destino era di rimanere per sempre piccola, come le sue meravigliose mura di mtl.1800, di meravigliosi sassi, lavorati con lo scalpello, di oltre 2.500 anni fa, in maniera poligonale e con l’alta tecnologia dell’opera incerta, la chiudono in se.
Guardando con occhi attenti i reperti archeologici trovati nel suo sottosuolo ed i monumenti ancora esistenti nel nostro “Centro Storico”, testimoniano tutti i passaggi ed i periodi della nostra storia, sin dall’arcaico “neolitico” fino ai nostri giorni che Orbetello, ripeto, anche se pur piccola, ha sempre avuto “cultura e carattere di Città importante”.
Convalidano ulteriormente quanto sopra citato le recenti scoperte, storico archeologiche, dentro il nostro “Duomo”.
Nell’estate del 1964 nel rifare certi lavori di edilizia, un artigiano edile, Betto Berni, delegato dall’allora priore, Don Ottolina, nel rimuovere un altare secondario, mise in luce il famoso “Paliotto o Pluteo”, databile al 9° secolo con raffigurazioni incise nel marmo di simboli di cristianità.
Don Ottolina lo mise, con molta cura ed attenzione, nella cappella di S.Biagio, facendo funzione di altare, per le sue giuste proporzioni: lunghezza 2,30 altezza 1,10 e spessore 0,11, e per il suo marmo pregiato.
Di recente, nell’estate 2.000 è toccato ad altri artigiani edili fare un’altra grande scoperta; al sottoscritto e a mio fratello Angelo, che grazie alla sensibilità di Don Michele e Don Maurillio, di aver capito in anticipo, prima dello scavo, quello che di eccezionale importanza c’era li sotto, nella zona presbiteriale, che ora, nello specifico vi descriverò.
Eravamo stati chiamati da Don Michele, l’allora vice parroco, che ci disse che Don Maurillio ci voleva parlare di un certo lavoro in Duomo.
Si trattava di rinnovare tutta la zona presbiteriale, altare compreso. Questo per rispettare i nuovi canoni liturgico-architettonici dettati dalle nuove regole.
Don Maurillio ci presentò l’architetto preposto Sig. Boccianti, per me una persona squisita. Il progetto prevedeva la rimozione del pavimento in tutta la superficie presbiterale e la ricollocazione del nuovo. Inoltre il progetto prevedeva anche la demolizione, nella Cappella di S.Biagio, del suo altare, recuperando così il “Pluteo” quello trovato nel 1964. Il motivo, dettato dall’architetto Boccianti, era quello di collocarlo come altare maggiore nella zona del Presbiterio.
Iniziarono i lavori i primi del mese di luglio.
Appena fu tolto il pavimento ci si accorse subito che avevamo trovato qualcosa di importante e , sentito Don Maurillio, si decise di proseguire il lavoro mentre lui stesso si precipitò ad avvertire della scoperta le varie istituzioni.
Giunse immediatamente il Sindaco e poco dopo il Dott. Architetto Valentino, responsabile allora della Sovrintendenza preposta, con Mons. Vescovo Meini. Questi avendo subito capito l’importanza della scoperta, dette immediatamente delega all’architetto Boccianti di continuare i lavori e di conseguenza lo scavo.
Io e mio fratello Angiolo, come ditta edile, e l’architetto Boccianti si coordinò immediatamente il da farsi del proseguo dei lavori.
Giorno per giorno usciva fuori sempre di più dallo scavo la forma dell’abside dell’antica chiesa romanica.
Con Don Michele e Don Maurillio sempre presenti, si parlava di cosa potesse essere e da chi era stata costruita ed in quale secolo, questo ancora non chiarito, fosse stata costruita.
Così, giorno dopo giorno, tornava alla luce in tutta la sua maestosità l’abside dell’antica chiesa medioevale.
Era molto appassionante toccare ogni giorno con mano tutto il materiale dello scavo che veniva alla luce: ora sassi ben squadrati, ricoperti di intonaco affrescato, appartenenti molto probabilmente all’arco superiore dell’antico abside.
Io e mio fratello Angiolo si cercava sempre una spiegazione e capire quali disegni potevano avere e testimoniare detti sassi.
Pulendoli con cura e bagnandoli un po’ con la saliva, emergevano dei colori stupendi, molto forti e vivaci, colori che si usavano in quei tempi per affrescare le chiese.
Spesso osavamo anche cercare di interpretare i vari disegno; ci sembrava di vedere in questi, molto ben raffigurato il nostro ambiente lacustre, con giunchi della palude ed altre varie specie di piante ed altre fantasiose ipotesi.
Fu grande la gioia quando mio fratello trovò dei piccoli pezzi di mosaico, la mia fantasia andò subito a pensare di associarli al periodo bizantino; poi si trovò del “coccio pesto” usato in antico dai romani ed ancor prima dagli etruschi per fare massetti e pavimenti. Era per me e mio fratello sempre un susseguirsi di emozioni.
Quando cominciarono a venire alla luce le due cantonate laterali dell’abside in questione ci parve subito forte l’importanza di come poteva essere in quel tempo il nostro tempio cristiano.
Questa nostra constatazione fu ancora più avvalorata quando sui due lati delle cantonate apparvero due bellissime mensole lobate, molto ben fatte, di travertino. La nostra fantasia ci dette subito la risposta a cosa potessero servire: da basi in aggetto di un arco sovrastante l’abside, questo per dare più prospettiva al nucleo del culto.
Allora si aprì la sagra delle ipotesi, ognuno di noi diceva la sua. Spesso con sana ironia ci si prendeva anche in giro, ma sempre con il massimo rispetto, sia verso quello che usciva dallo scavo sia verso le direttive tecniche impartite dall’architetto Boccianti.
Molte cose, io e mio fratello, abbiamo appreso da questa grande avventura, questo sempre grazie alla saggezza a competenza dei due parroci, Maurillio e Michele, sempre li presenti e disponibili alla dialettica del confronto.
Ogni giorno lo scavo ci riservava delle sorprese in particolare per come era fatto l’abside; stupenda la prima fila di sassi (conci) ben squadrati al cerchio per delineare il semicerchio dell’abside stesso, fatti con la pietra di travertino, così come i conci delle due cantonate, fatte, divinamente, ma molto più grossi e collocati con alta maestria.
Molto particolare fu scoprire la composizione del muro nello strato più basso; qui l’artigiano del tempo usò il “calcare cavernoso” (m. Argentario).
Si continuò lo scavo fino alla sua fondazione, questo era il proposito di tutti. Ci si accorse che il semicerchio dell’abside alla base girava con altra angolazione ed il composto ci risultò fatto in maniera più primitiva, forse un’abside più antica?.
Dulcis in fundo venne alla luce, incuriosendoci molto, il ritrovamento di un grande masso, alla fondazione del tutto, anche questo di calcare cavernoso.
Tutt’ora ho il dubbio che sia un sasso, od uno spuntone di roccia del posto stesso, se così fosse valorizzerebbe ulteriormente la mia teoria sulla genesi dell’istmo di Orbetello.
La prima sensazione nel vedere questo grosso monolite, fu quella di pensare che in antico potesse fare funzione di ara,”l’ara sacrificale” come nel periodo arcaico della nostra storia questi erano usati … chissà !!.
La mia mente spesso mi riporta li, a quei giorni, quando in quel punto uscì tanta e nobile storia del mio paese; colgo l’occasione per far preghiera ai preposti di fare una piccola bacheca, ben studiata in ferro, per mettervi tutti i reperti trovati nello scavo in questione per renderli visibili a tutti. Ora questi si trovano in una stanzetta del campanile ben custoditi.
Una volta finito lo scavo si ricostruì il nuovo pavimento.
Il lavoro più impegnativo fu quello di trasferire la lastra del Paliotto o Pluteo, del peso di 8 q., dalla Cappello di S.Biagio all’altare Maggiore (circa 40 m.); con l’aiuto del mastro marmista Mauro Mittica questo trasloco fu possibile.
Il Pluteo fu fissato in maniera perfetta con delle graffe ben studiate dall’architetto Boccianti ed il tutto fu finito in modo da rendere ben visibile l’abside antico, collocandovi sopra una grata di acciaio studiata dall’architetto Valentino, della Sovrintendenza, per rendere possibile il passaggio delle persone al di sopra.
La funzione ad altare maggiore del “Pluteo”, come è visibile a tutti, valorizza in maniera esaltante l’intero lavoro svolto. La mia impressione è che Pluteo ed Abside siano tornati alla luce e ricollocati insieme come probabilmente oltre 1000 anni fa dovevano essere sempre sulla zona presbiterale dell’antico tempio.
L’amore, la storia e l’archeologia del mio paese, Orbetello, mi ha spinto oltre, la mia forte curiosità di capire come era fatta e collocata l’antica chiesa, per esempio ho capito che questa era al piano stradale e non come ora, al di sopra di mt. 2,70 circa dal piano stradale.
Ebbene nella ricerca di questo è venuto alla luce un muro molto antico fatto di sassi ben sbozzati e squadrati, quasi tutti di 50 x 50 cm., su di un piano di circa 5 mtl e collocati a secco senza malta, forse appartenenti al tempio pagano ed al tempo della nostra abside, facenti funzione di muro esterno del coevo campanile; questo non è stato accertato, è solo una mia supposizione.
Spero solo che quanto prima i tecnici preposti diano delle risposte.
Tutta l’importanza che Orbetello ha avuto nel passato, facendogli dare l’appellativo di “Città”, anche se piccola nella sua dimensione, è ben archiviata dentro il nostro Duomo, tutte le sue pietre parlano di questo, basta saperle leggere e riconoscere come un vero libro che racconta di nobili storie antiche e forse di un po’ di distratto presente.
Concludo asserendo che il sottosuolo di Orbetello è ricco di tanta storia, che essa garantisce l’importanza della Città di Orbetello da sempre Urbis dell’intero territorio della bassa maremma “Ager Cosanus”.
Grande non si diventa esclusivamente misurando la superficie, ma quanto dall’essere importanti per la cultura che propaghi, come dire “quando piccolo significa grande”.
L’11 novembre 2000 fu il grande giorno.
Il Vescovo Mario Meini consacrò l’altare nuovo.
Tutti noi eravamo soddisfatti del lavoro fatto: la chiesa era strapiena di gente.
Una delle persone più felici in quel momento era senz’altro il vecchio parroco, Don Divo Centurioni, che, anche se pur gravemente ammalato, con la sua sana ironia ci diceva sempre, mentre si lavorava, “Angiolo, Emilio, quando saranno finiti i lavori di restauro? Pensate che camperò ancora tanto per poter ridire almeno una messa sulla mia chiesa?”
Questo gli fu concesso, morì nell’aprile dell’anno a seguire.
Fare un confronto, di quanto sopra ho scritto, delle strutture monumentali, più o meno importanti che nel 8° sec. d.c. esistevano nel nostro territorio, credo che sia doveroso.
Penso all’importanza che aveva Orbetello verso il territorio di tutta la bassa maremma intorno al 8° secolo d.c., chiudo gli occhi e riesco ad immaginare quello che in quel tempo esisteva.
Doveva avere un tempio cristiano stupendo, il nostro pluteo ed il nostro abside ben questo testimoniano. Se un paese aveva nel 8° secolo d.c. una chiesa così bella e ben fatta, doveva essere ben vivace la cultura di ogni tipo ed i suoi mestieri, che solo una Città importante in quel tempo sapeva ben gestire ed rappresentare.
Ancora nel nostro territorio non esisteva alcun paese.
Le antiche rovine etrusco romane, dirute e dormienti, erano le sole cose a testimoniare di antiche civiltà.
L’Argentario, a parte qualche piccolo insediamento su Porto Ercole, era disabitato.
Nessun paese o frazione della nostra campagna maremmana, ancora non era sorto o ben costituito. La stessa Grosseto ancora non esisteva. Pertanto Orbetello in quel tempo, è certo, era il più importante centro economico e culturale di tutta la bassa maremma.
L’unica presenza ben viva ed attiva , fu la nascita, intorno al 9° sec. di certi piccoli monasteri (convivium, plurieremi) gestiti da frati di vari ordini.
Questi erano: S. Maria Alberense, ora S. Rabano, sui Monti dell’Uccellina; S.Bruzio, nella campagna di Magliano; S. Angelo Ruinato, sui monti del Leccio, sopra Orbetello Scalo, e la piccola chiesa di S.Biagio, alla tagliata di Ansedonia, costruita su di un mausoleo romano del 1° sec. d.c..
Tutti questi siti, hanno la chiesa in stile romanico come quella del nostro Duomo, scoperta recentemente anche se l’abside, ho notato, è fatta in maniera molto meno artistica, pur rispettando gli stessi canoni architettonici della nostra chiesa.
Lo scalpello che ha ben lavorato nel nostro Duomo, forse di mano longobarda, ha voluto più ben rappresentare tutto questo, esaltando così di più l’importanza dell’abside stesso.
A ben testimoniare questo sono le pietre che lo compongono, di nobile travertino, perfettamente squadrate, dando così un carattere più autoritario all’opera stessa.
Ben rappresentano questo mio pensiero le meravigliose mura etrusche, o chissà di chi ….., di Orbetello.
Parlare delle nostre mura, non per rivoluzionare tutto quello che fino ad ora è stato scritto nei vari libri, ma per capire meglio ciò che si è voluto dire.
Mi auguro vivamente che questo mio apporto di quanto sotto andrò a scrivere, sia mirato e poi capito, nella speranza di accrescere la conoscenza e si conseguenza il rispetto delle mura stesse da parte di noi tutti.
L’uomo, nell’antichità, quando si accingeva a costruire un insediamento, perimetrando con mura il proprio territorio, queste venivano fatte in due modi.
Il modo più arcaico era quello con il quale le mura stesse dovevano avere la funzione di contenere il territorio, spesso rubandolo all’acqua, come nel caso del nostro paese, Orbetello.
L’altro, più recente, era il modo di costruire le mura come difesa di ogni genere, ed allora l’architettura cambiava, era ricca di torri e contrafforti e smerli vari, vedi per esempio le nostre mura all’ingresso, di tipo Senese e poi Spagnolo.
Ma noi oggi per capire bene poi il seguito del tutto, parleremo delle nostre mura nel periodo arcaico, cioè all’origine, cercando di capire perché sono state fatte qui, sulla estrema punta della penisola che è ora Orbetello, specie nel modo e maniera di come le vediamo oggi.
Dopo il periodo dell’ultima glaciazione, circa 10 mila anni fa, nella nostra zona si ebbe una forte produzione di materiale di calcare (conchiglie di ogni genere); la causa di questo erano le molte sorgenti di acqua dolce in zona e molti nutrienti derivati dalle colline e dal M. Argentario, apportati dalle acque pluvie dei vari fossi. Questo enorme materiale prodotto dalla natura, lei stessa se ne serviva per la costruzione dei tre istmi, primo fa tutti quello di Orbetello.
Questo processo ha avuto inizio a causa di punte emergenti di calcare cavernoso, site dove ora è il centro storico di Orbetello, all’estremità dell’istmo stesso.
Questa mia teoria di una terza formica, a livello di struttura geologica, che trovasi esattamente sull’asse delle formiche di Burano e di Grosseto, in parallelo al continente, queste secche o bastioni di livello si trovano fino a mare aperto, tra noi e la Corsica.
Allora ecco perché si può dire con certezza che è da ricercare nella geologia della nostra zona l’origine arcaica della nostra storia.
Testimoniano a riguardo i villaggi protostorici di Casal Brancazzi, degli Stretti, di Cala dei Santi; questi gli insediamenti umani più importanti, i quali si spostavano, in base alla evoluzione morfologica della zona in quel momento.
La natura inizia un processo evolutivo e di trasformazione di una zona quando a monte del tutto esiste una causa scatenante. Esempio: si crea un istmo, come quello di Orbetello, perché esisteva nel canale, che allora divideva l’Argentario dalle Colline dello Scalo, una secca, la terza formica, composta dello stesso materiale dell’Argentario e dintorni, cioè calcare cavernoso.
I costruttori delle nostre mura hanno preso il materiale per costruirle dal posto stesso di dove ora sorgono, scalpellando le punte emergenti per farne blocchi poligonali, che poi servivano alla costruzione delle mura stesse. Per le fondazioni delle mura erano usate le parti emergenti delle stesse secche.
Il sistema tecnico di costruire era di fare l’opera in maniera elastica, come in realtà è tutta la zona, che nei secoli ha subito il fenomeno del bradisismo, di questo ci sono le varie testimonianze di scavi e carotizzazioni fatte in terreni della nostra zona.
La nostra Fortezza o Rocca come si può notare è il punto più alto di Orbetello, ebbene, secondo la mia teoria, era nient’altro che la piazza, come in un grande cantiere edile di alloro, cioè la costruzione delle mura, il materiale di risulta, alla fine dell’opera stessa, lo hanno accumulato li, creando la parte più alta del Centro storico.
Nei sassi delle nostre mura è molto ben sviluppata l’azione antica del dattero (frutto di mare) a testimonianza che quei sassi sono stati presi dall’acqua, non in altri posti; in molti sassi che compongono le nostre mura, collocati fuori del livello dell’acqua, è ricca questa testimonianza; è certo che questo frutto di mare, il dattero, li la sua azione non la poteva svolgere, si tratta di buchi ben precisi, sembrano fatti con il trapano, molte decine di questi sono visibili su di ogni sasso.
Inoltre vorrei fare un accenno anche all’ipotesi del perché vari blocchi poligonali delle mura hanno ben visibili delle venature di ferro o pirite; questo perché, come testimonia la nostra vecchia miniera, a metà strada per la Feniglia, si estraeva pirite ed i camminamenti della miniera stessa arrivavano per diverse centinaia di metri, verso il centro della laguna.
Inoltre credo che le nostre mura anticamente racchiudevano del territorio, rubato come spiegavo all’acqua, e non un porto, come certi storici affermano. Le varie porte esistenti, e tuttora ben visibili, secondo me erano nient’altro che dei servizi, cosi detti scivoli o alaggi.
Nelle mura di levante, in prossimità dell’albergo I Presidi, è bene in vista la cosiddetta porta a levante, ora chiusa.
Se si fa un poco di attenzione, si scorge che il sasso o materiale che hanno usato per chiuderla è composto di sasso di calcare molto chiaro, ben visibile, che è stato levigato nel tempo dall’uso dello scivolo (tira su, tira giù la barca).
Secondo me era molto chiaro e non scuro come i blocchi delle mura, perché quando di notte veniva illuminato anche da una sola torcia, e con l’angolazione di come è costruito uno scivolo, lo si vedeva bene dal largo del lago, come punto di riferimento per chi andava a pescare, serviva poi per tornare in terra nelle notti buie. Camminando intorno alle nostre mura, guardandole attentamente, si nota come nelle varie epoche le nostre mura siano state rimaneggiate.
Fra l’opera antica e i restauri successivi, sino all’era moderna, si è creato un processo negativo, in continuo movimento di rigetto o di incompatibilità tra i vari composti e materiali usati nei vari periodi. Tutto questo è negativo per le mura stesse, tanto che molti blocchi ora sono pericolanti.
Un buon osservatore può ancora scorgere, nelle fessure tra un masso e l’altro, molte testimonianze di cocciame o di nenfro, pietra tufacea usata nell’antichità per costruire sarcofagi; si trovano anche delle pietre sbozzate di ogni stile e periodo che raccontano la storia più o meno nobile di momenti antecedenti all’uso che ultimamente se ne è fatto.
Spesso qua e la, nei muretti che ora hanno funzione di parapetti, specialmente nella parte a ponente, (quella a levante oramai compromessa da una orrenda balconata fatta di recente), sono molto ben visibili i vari rimaneggiamenti strutturali che l’uomo ha fatto negli anni. Per esempio sono ben visibili due manufatti di mattoni pieni, oramai inglobati nel muretto soprastante, che secondo me servivano, prima dell’interramento sottostante la zona delle mura per la costruzione della ferrovia, sembrano far funzione di vespasiani o butti .
Pertanto le nostre mura sono anche un museo all’aperto ed itinerante all’occhio attento dell’appassionato. Per questo meriterebbero più importanza della sorda e cieca contemporaneità.
Tutto questo da parte mia è stato fatto e scritto per apportare un modesto contributo alla conoscenza delle origini delle nostre mura e la loro nobile storia anche se, in periodi recenti, i loro sassi sono stati usati per costruire le case e muri di cinta, come da molte testimonianze visibili a tutti.
La speranza e il messaggio che mi sta molto a cuore è legato al concetto che quanto ho scritto serva ad accrescere, oltre la conoscenza storica, l’amore ed il rispetto delle nostre mura in particolare per le nuove generazioni.
Agli enti preposti alla gestione un appello a una più corretta manutenzione e fruizione delle testimonianze del passato.
Chissà se quello che oggi i vari tecnici costruiscono potrà dare alle future generazioni le stesse emozioni che il sottoscritto ha avuto cercando di leggere nelle pietre il passato e, con questo scritto, di trasmetterle ad altri.
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Orbetello, 11 novembre '00 |